in

Dante Alighieri e Roma: un rapporto oltre i confini del tempo

Dante a Roma

Il 14 settembre 2021 ricorrono esattamente i 700 anni della morte di Dante Alighieri e questo è un anno che avrebbe dovuto essere pieno di eventi, manifestazioni e celebrazioni. Il particolare periodo storico molto probabilmente ridimensionerà il numero e la fastosità degli eventi, ma non riduce la necessità e la bellezza di ricordare il ruolo e l’opera del Sommo Poeta. Lo vogliamo fare sfogliando una pagina di storia spesso meno nota rispetto ad altre più celebri, ma non per questo meno importante: il rapporto tra Dante Alighieri e Roma.

Storia e curiosità sul rapporto tra Dante Alighieri e Roma

Dante Alighieri a Roma

Che Dante sia stato effettivamente a Roma non ci sono prove che lo confermino, ma è molto probabile che egli abbia soggiornato nella città eterna. A supporre tale viaggio è il celebre giubileo del 1300 (il primo della storia), indetto da Papa Bonifacio VIII, che molto probabilmente Dante visse in prima persona tra i pellegrini fiorentini. Nel diciottesimo canto dell’inferno, tanto per fare un esempio, Dante racconta il percorso che i pellegrini facevano su Ponte Sant’Angelo (uno dei più importanti ponti di Roma) per raggiungere la Basilica di San Pietro. Probabilmente Dante tornò a Roma anche l’anno successivo nella delegazione che si recò da Papa Caetani per riconciliare i rapporti tra la città toscana e il Sommo Pontefice. Se non è certa la sua presenza nella città eterna, anche se appare improbabile che non vi sia mai stato, è incontrovertibile il ruolo storico, religioso e politico che Roma ha avuto sulla visione della società di Dante Alighieri.

Roma e il De Monarchia

Prima (almeno in ordine cronologico) di lavorare interamente alla celebre Commedia, Dante terminò il De Monarchia, il capolavoro politico del Sommo Poeta. Questo lavoro ruota, così come la visione politica di Dante, tutta intorno alla città di Roma, ai romani e al Papa. Dante infatti si interroga se la monarchia è la migliore forma di governo, se il popolo di Roma l’ha attuata nel migliore dei modi e, ancora, se il potere dell’imperatore derivi da Dio o dal Papa e qual è il ruolo politico del pontefice. La risposta che Dante dà è l’impero è l’unica forma di governo possibile come garanzia di pace e unità tra i popoli. Nel libro successivo rivendica la legittimità dei romani di esercitare il potere e che l’impero romano è stato il segno della vittoria della civiltà, attribuendo a Roma e ai romani un ruolo provvidenziale, come un particolare popolo eletto. Infine nel terzo libro del De Monarchia Dante, in controtendenza con le diatribe della sua epoca, indica il potere dell’imperatore come proveniente direttamente da Dio e non legato a quello del Papa dal cui potere, però, deve essere illuminato.

Roma e la Divina Commedia

Oltre al già citato passo del XVIII canto dell’inferno Dante in diversi punti della sua Commedia parla di Roma e dei romani. E non solo in maniera simbolica (Canto II del’Inferno), ma anche “geografica”, tanto da far maturare la convinzione che Dante Alighieri sia stato veramente a Roma, almeno una volta nella vita.

La Pigna Bronzea

Siamo nel XXXI canto dell’Inferno e dante fa riferimento alla celebre Pigna bronzea, ovvero il colossale monumento che occupava il centro del portico dell’antica basilica di San Pietro. «La faccia sua mi parea lunga e grossa/come la pina di San Pietro a Roma/e a sua proporzione eran l’altre ossa»

Il velo della Veronica

Sempre nel XXXI canto, ma questa volta del Paradiso, Dante è nell’Empireo e sta contemplando la rosa dei beati e, inoltre, ha l’apparizione di San Bernardo. Proprio per descrivere l’emozione e la gioia di tale contemplazione la paragona a quella di un pellegrino croato che sostava davanti al Velo della Veronica. Questo telo, del quale oggi non si hanno tracce (e secondo alcuni è lo stesso Velo di Manoppello oggi conservato nell’omonima basilica in Abruzzo), secondo la tradizione è quello con il quale Gesù fu asciugato il volto di Gesù durante la passione e sul quale si impresse miracolosamente la sua immagine.

Questo velo anticamente veniva esposto a San Pietro solamente in alcune occasioni solenni e il Giubileo del 1300 al quale Dante avrebbe partecipato, era sicuramente una di quelle. «Qual è colui che forse di Croazia / viene a veder la Veronica nostra, / che per l’antica fame non sen sazia, / ma dice nel pensier, fin che si mostra: / “Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?”; / tal era io»

Monte Mario

Nel XV canto del Paradiso Cacciaguida pronuncia una profezia sul destino di Firenze (descritta con il nome del monte Uccellatoio) in rapporto a quello di Roma (denominata con il nome di Monte Mario). Cacciaguida disse che Firenze prima di riuscire a essere più grande e importante di Roma l’avrebbe piuttosto superata nella decadenza morale. «Non era vinto ancora Montemalo, dal vostro Uccellatoio, che, com’è vinto, nel montar sù, così sarà nel calo»

Written by Daniele Di Geronimo

Sono nato nel maggio del 1986 in provincia di Roma. Laureato in Lettere, amante della lettura, della scrittura e di tutto ciò che la lettura e la scrittura possono significare nel mondo del web. Sono attivo sui maggiori social network.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *