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L’ex manicomio di Santa Maria della Pietà – Il museo dei matti

streetart

Santa Maria della Pietà è uno dei polmoni verdi di Roma nord, ora conosciuta da molti per fare delle belle passeggiate.  A tutte le ore puoi incontrare persone che camminano, mamme con i passeggini e bambini al seguito che si fermano sugli spazi dedicati loro, gruppi di podisti che sfidano la fatica del percorso running (infatti all’interno del parco ha sede anche una associazione podistica nota a Roma).

Da qualche anno è diventato sede di ASL e del Municipio dove devo dire, si va anche felici a fare delle noiose pratiche amministrative, con quegli uffici immersi nel verde di alberi ad alto fusto. Ma purtroppo non è stato sempre cosi, anzi ora il parco che è cosi bello e pieno di vita è stato per molti decenni luogo di gran dolore.

Nel 1909 edificarono per volontà di un senatore dell’epoca, un ospedale psichiatrico chiamato “Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà” che intraprese la sua attività nel 1913. Il complesso era enorme come si può vedere tuttora, anche se alcuni  dei padiglioni (che portano ancora incisi il numero in carattere romano) al momento sono in disuso e pericolanti,  sebbene negli ultimi anni per volontà di alcune Onlus, sono stati recuperati ed adibiti ad attività di volontariato o centro sociale.

Insomma parliamo di ben 130 ettari, con all’interno adibiti ad uso ospedaliero più di 40 edifici, che lo rendevano il più grande complesso ospedaliero d’Europa. Parliamo di una epoca in cui se si soffriva di alcune particolari patologie, fisiche (molte malattie ancora non erano conosciute), oppure disagi mentali, o altre malattie che oggi fanno sorridere i più, od ancora si era un figlio illegittimo, oppure facevi parte di una famiglia molto povera, qui ci finivi dentro e con molta probabilità fino alla fine dei tuoi giorni.

La vita del manicomio aveva un regolamento estremamente rigido, con poche possibilità di venire a contatto con il mondo esterno e vivendo in un contesto disumano ed alienante , e soprattuto trascorrendo una esistenza improduttiva. Insomma se non eri matto, lì dentro ci diventavi.

Finalmente nel 1979 è arrivata la Legge Basaglia, la famosa Legge 180, che ha permesso la chiusura di tutti i manicomi compreso quello di Roma. Questa legge integrava i servizi e  i centri mentali all’interno del SSN, di modo che ci fosse una gestione più capillare e più umana dei problemi psichici.

La Legge 180 è la prima e unica legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici.

Ciò ha fatto dell’Italia il primo (e al 2017, finora l’unico) paese al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici.

Ma questa legge  purtroppo ha lasciato sopratutto nei primi anni ’80 degli strascichi importanti, parlo sopratutto per il nostro Manicomio. Molti pazienti ormai privi di famiglia, erano costretti a chiedere l’elemosina e a girovagare per i quartieri limitrofi, con non poche problematiche di carattere igienico e  di ordine sociale. Negli anni successivi qualcosa di buono c’è stato, anche in mezzo al dolore più abissale si percepisce la profondità e la voglia di raccontarsi dell’essere umano.

Ciò che prima metteva paura, ora è diventata arte.

Il Museo Laboratorio della Mente con il suo motto “Entrare fuori, uscire dentro”, è stato  inaugurato nel 2000 nell’ex Padiglione VI, ripercorre tutta la storia dell’Ospedale Santa Maria della Pietà. Entrare e visitarlo non è un gioco, è un cammino inesplorato non solo dentro l’anima di chi forzatamente lo ha abitato, ma anche nella propria di anima. Perché rende la tua oggettività non più tanto lucida. Ti addentri nell’altro, ne esplori le zone d’ombra, ne percepisci la disperazione e la voglia di vivere comunque la vita, in qualunque modo possibile.

Il Museo è stato pensato come un vero e proprio cammino immersivo, ogni camera riproduce esattamente l’esperienza del “matto”, la sua segregazione spaziale, la sua ordinaria follia, la sperimentazione, l’ annullamento dell’identità e il pregiudizio di essere sbagliati.

Questo visita al museo è  fatta di una partecipazione attiva del visitatore, che con installazioni interattive, oppure attraverso l’ascolto con mezzi audiovisivi delle interviste fatte agli internati, rende l’esperienza indimenticabile e attiva tutta una serie di domande, molte delle quali non avranno mai risposta. Si va dalla stanza degli effetti personali, che ricorda tanto i “lager”, a quella dove puoi trovare gli strumenti chirurgici che servivano a “guarire”, fino a quella dove si ricrea la totale assenza di rumori e di conseguenza ciò che i malati potevano provare.

La scelta personale di visitare il ” Museo dei Matti” è da prendere in modo coscienzioso, perchè ti rimane dentro per sempre e perché raccontare questa storia faccia in modo che non rimanga nell’oblio delle future generazioni. Questo luogo è diventato meta di scolaresche di tutti le classi, perché deve essere un spazio di formazione ed informazione, facendo capire che si devono combattere tutte le forme di discriminazione ed emarginazione, che il diverso è un mondo da scoprire.

Non solo, da qualche anno il parco si è arricchito di street art, murales bellissimi realizzati principalmente in occasione del progetto Caleidoscopio di Muracci Nostri, sono geolocalizzate su google maps.

Scritto da Federica Giancristofaro

Romana, perdutamente innamorata della sua città e della storia in generale.
Scrivo per passione e sono alla continua ricerca di storie da raccontare.

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