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5 profezie sbagliate sulla storia di Roma: quando la storia (anche recente) ha smentito i pregiudizi

Storia Roma 900

Da quando Roma è Roma, qualcuno annuncia la sua fine, il suo declino o la sua incapacità di reggere il proprio ruolo. È sempre stato così. Dall’antichità ai giorni nostri, per vicende molto diverse tra loro, c’è chi ha decretato più volte la “morte di Roma”. Per oltre duemila anni osservatori autorevoli (storici, politici, giornalisti) hanno formulato giudizi sulla città eterna che gli eventi successivi hanno puntualmente smentito. Ripercorrere cinque di questi episodi, dall’antichità all’ultimo Giubileo, permette non solo di fare un viaggio nel tempo, ma anche di osservare il modo in cui Roma viene vista e analizzata e, forse soprattutto, dall’impossibilità di inquadrare una città che per molti aspetti è unica. Niente romanticismo o presunzione, ma chi analizza Roma lo fa spesso con criteri che non le appartengono. Tanto che, puntualmente, viene contraddetto da una realtà più lenta, più complessa e più forte di quanto i suoi critici fossero disposti a immaginare.

#1 I “barbari” che distrussero l’Impero

Il cliché più antico e più duro a morire riguarda la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, tradizionalmente attribuita alle “invasioni barbariche” del V secolo. Questi popoli ostili, in crescita numerica e organizzazione, avrebbero travolto una civiltà incapace di difendersi. È la narrazione romanocentrica che la storiografia italiana e francese ha tramandato per secoli, e che ha alimentato per riflesso ogni retorica successiva sulla decadenza come conseguenza di una minaccia esterna.

La ricerca storica contemporanea ha ridimensionato radicalmente questa lettura. Diversi storici spiegano oggi che i popoli germanici non esercitarono nessuna pressione sull’Impero. Nel IV secolo Roma era in condizioni peggiori rispetto a tre secoli prima, ma i responsabili non erano i vicini del Nord, che non risultavano né più numerosi né meglio armati né più ostili che in passato. Per questo la storiografia preferisce oggi parlare di “età delle migrazioni” (Migration Age, Völkerwanderung) al posto di invasioni barbariche. Un fenomeno di spostamento di popoli in un Impero già fragile per cause interne, non una conquista dall’esterno.

Il giudizio più antico su Roma (quello che ne descrive la fine come un’aggressione subita) è dunque tra i più contestati dalla ricerca storica recente. Questa mentalità è la stessa cornice interpretativa che, anche a distanza di secoli, continua a essere applicata alle crisi della città eterna. Ogni volta che si cerca un colpevole a un problema si tende a guardare fuori e mai dentro.

#2 La città “immobile” dei viaggiatori romantici

Tra Settecento e Ottocento, i protagonisti del Grand Tour costruirono un’immagine di Roma che sopravvive, quasi intatta, nella retorica contemporanea sui quartieri “autentici” di Roma. Una città incapace di modernizzarsi, la cui essenza sarebbe rimasta identica a sé stessa nonostante il lusso, le mode e i costumi importati dall’estero. Gli studi sulla sociabilità degli artisti e letterati stranieri a Roma nell’Ottocento hanno ricostruito con precisione questa ide. Il pregiudizio di fondo è che gli stranieri si appropriano di Roma, credendo di esserne gli unici custodi legittimi, mentre i romani ne offuscherebbero l’identità e l’immagine con la loro semplice esistenza quotidiana.

È la stessa struttura narrativa (per quanto con protagonisti diversi) che oggi ritorna nei racconti della stampa anglofona su Pigneto, Centocelle, Garbatella o Trastevere. Quartieri, questi, che sarebbero “autentici” fino a quando non li si guarda con attenzione, e che nel frattempo cambiano, si gentrificano, si spopolano dei residenti storici. Il motivo? Perché Roma non è una città immobile, ma viva. Il pregiudizio romantico ipotizzava una Roma eterna e fuori dal tempo; la storia ha mostrato una città che si è trasformata profondamente in due secoli, spesso proprio a causa di chi la descriveva come immutabile. Si può discutere se questi cambiamenti siano stati un bene o un male e sulla loro velocità, non sulla loro esistenza.

#3 Mommsen, Sella e la capitale che non doveva funzionare

Nel 1871, a distanza di poco tempo dalla breccia di Porta Pia, lo storico tedesco Theodor Mommsen pose al ministro delle Finanze Quintino Sella una domanda che Benedetto Croce avrebbe poi tramandato come emblematica: «Ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti, a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti» Il tono, sottolineano gli storici, era sarcastico e tagliente: a nome dell’intera élite politico-culturale europea, Mommsen dubitava apertamente che l’Italia unita avesse un progetto credibile per una città che era stata per secoli capitale della cristianità e sede di un potere temporale complesso, e che rischiava di ridursi a un guscio istituzionale senza contenuto.

Il dubbio non era isolato e per alcuni aspetti anche legittimo. In Parlamento, nello stesso periodo, il deputato Giuseppe Ferrari sosteneva che fosse assurdo pensare a Roma come sede contemporanea del re e del Pontefice, un nodo che secondo molti osservatori dell’epoca avrebbe reso ingovernabile la nuova capitale. La storia ha preso una strada diversa da quella temuta. Roma è diventata capitale funzionante di uno Stato unitario, la questione romana si è risolta (seppure decenni dopo, con i Patti Lateranensi), e la stessa risposta di Sella a Mommsen (fare di Roma un polo internazionale della scienza e della cultura) ha anticipato un ruolo che la città avrebbe effettivamente costruito nel Novecento.

#4 “Roma è finita”: il declinismo giornalistico degli anni 2010

Tra il 2015 e il 2019 una parte della stampa internazionale ha raccontato Roma come una città al collasso. Rifiuti nelle strade, cinghiali nei quartieri residenziali, servizi pubblici in affanno. Il New York Times arrivò a definire i mozziconi di sigaretta e i cumuli di spazzatura la «filthy metaphor of Rome», la metafora sporca della città. Il racconto si intrecciava con un fenomeno editoriale tutto italiano (blog e pagine social dedicati a documentare quotidianamente il degrado urbano) che amplificava reciprocamente la narrazione internazionale.

È un caso di studio istruttivo perché il genere letterario del “declino di Roma” è, letteralmente, vecchio quanto Roma stessa. Un saggio accademico pubblicato dall’Oxford University Press nel 2021, dedicato esplicitamente a questo fenomeno, ricostruisce come dai politici della Roma repubblicana ai giornalisti americani contemporanei la storia della città sia stata usata sistematicamente come repertorio di racconti di declino, spesso per parlare d’altro (della propria società, del proprio paese, delle proprie ansie politiche). La stagione mediatica 2015-2019 è stata seguita da anni di record turistici e, più di recente, dal Giubileo 2025. Non una smentita che cancella i problemi reali della città, ma un promemoria che le fotografie del degrado colgono un momento, non una traiettoria.

#5 Il Giubileo del caos (che non è arrivato)

Alla vigilia del Giubileo del 2025 la narrazione dominante, anche interna, prevedeva una città paralizzata da flussi ingestibili di pellegrini, cantieri infiniti e un turismo ordinario messo in fuga dall’overtourism religioso. Lo stesso sindaco Roberto Gualtieri, all’inizio dell’anno, si trovò a respingere pubblicamente quelli che definì «racconti falsi sul caos di Roma», sostenendo che la città avrebbe dimostrato di non essere ingovernabile.

Alla fine, al netto di non poche difficoltà, i numeri hanno in gran parte contraddetto le previsioni più allarmistiche. Oltre 33,4 milioni di pellegrini hanno attraversato le Porte sante nel corso dell’Anno santo, con una media di circa 90.400 presenze giornaliere. Tanto che monsignor Rino Fisichella ha dichiarato che il timore diffuso (che i pellegrini avrebbero fatto fuggire i turisti ordinari) è stato «pienamente smentito dai risultati ottenuti su tutti i fronti».

Non mancano, ovviamente, i problemi. Il bilancio è stato definito “positivo ma incompleto”, che ha funzionato nei numeri e nell’organizzazione ma ha confermato la dipendenza strutturale di Roma dai finanziamenti straordinari per realizzare opere pubbliche ordinarie. Anche in questo caso, comunque, la previsione catastrofica si è rivelata infondata.

Non si tratta di negare che Roma abbia problemi strutturali autentici. Significa piuttosto riconoscere che il genere della previsione catastrofica su Roma ha una storia lunga quanto la città stessa, ed è quasi sempre stato, alla prova dei fatti, meno affidabile della realtà che pretendeva di descrivere.

Scritto da Daniele Di Geronimo

Giornalista pubblicista e Copywriter. Da Roma non ho preso solo la provincia di nascita, ma anche l'amore e l'interesse per una città unica nel suo genere convinto che il meglio della sua storia possa (e debba) ancora essere vissuto e raccontato.

1 commento

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  1. Grande pezzo profondo e complesso di una ns realtà che fu , è stata e sarà e rimarrà nei secoli
    Quando Londra e new York non esistevano e Parigi era poco più di un villaggio di pecorai , Roma aveva già un impero che si estendeva fino agli Urali….

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